Carlo Ratti, futuro presente

By gennaio 4, 2019features

Architetto e Ingegnere, Carlo Ratti insegna a MIT dove dirige il Senseable City Lab ed è socio fondatore della Carlo Ratti Associati. Diplomato al Politecnico di Torino, Ecole Nationale des Ponts et Chaussées a Parigi e Cambridge University, è co-autore di oltre 250 pubblicazioni tra cui Architettura Open Source (Einaudi) e Smart City Smart Citizen (Egea) e titolare di numerosi brevetti. Tra i numerosi incarichi, presiede il World Economic Forum Global Agenda Council on Future Cities e CARTS, il comitato della città di Singapore sulla mobilità autonoma. I suoi progetti sono stati esposti alla Biennale di Venezia e al MoMA di New York, al design Museum di Barcellona e al Science Museum di Londra. Tra i riconoscimenti – per i suoi lavori, migliore invenzione dell’anno secondo la rivista Time per Digital Water Pavilion e Copenhagen Wheel, e per la sua persona – Smart list dei 50 persone che cambieranno il futuro del mondo secondo Wired.

L’INTERVISTA A CARLO RATTI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Non si direbbe mai che Carlo Ratti è appena sbarcato da un volo transatlantico. Arriva diretto da Boston, dove dirige il Senseable City Lab (MIT), all’Isola di San Giorgio (Venezia). Resterà poche ore, per parlare della sua rivoluzione digitale, rilasciare questa intervista e partecipare a due incontri. L’indomani Francoforte, per presentare il suo ultimo progetto, poi Forlì per parlare a un festival, il giorno dopo Torino, dove lavorerà in Studio e quello dopo ancora Masdar City, ad Abu Dhabi. Il ritmo è sempre questo. L’architetto torinese trova la sua pienezza nel momento.

La brezza e la luce mattutina esaltano la bellezza della Laguna e dell’ex monastero Benedettino, oggi sede della Fondazione Cini, dove Carlo Ratti interverrà alla 12° edizione di The Future of Science dedicata alla Digital Revolution. La conferenza, organizzata da Fondazione Umberto Veronesi, Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Cini, offre prospettive diverse e convergenti su soluzioni per far fronte alle grandi sfide dell’umanità.  Alla conversazione non poteva mancare la voce di Carlo Ratti che sta cambiando le nostre relazioni con gli spazi e con le cose. Prima di proiettare la platea nel futuro prossimo, quando corpi oggetti edifici e città saranno collegati a sensori e coordinati dalla rete per rendere la nostra quotidianità più fluida ed efficiente, il Professore prende tempo per The Good Life. Scegliamo una panchina al sole per parlare di come le tecnologie stanno cambiando, o potrebbero cambiare, le nostre vite.

La conversazione non può che partire da Venezia, simbolo unico di ingegno umano e armonia, e da com’è abitata: “I latini parlavano di Urbs, la città fisica e Civitas, la comunità dei cittadini. Quello che preoccupa di Venezia è si l’urbs, che deve fare i conti con i problemi che sappiamo, ma ancor più mi preoccupa la morte della civitas che l’ha creata, perché sta perdendo la sua forza. C’è una continua emorragia di persone. Alla fine del secolo scorso sono state sprecate occasioni per trasformare Venezia in una città universitaria internazionale, ma guardando avanti, credo che potrebbe parlare al mondo, diventare un polo d’innovazione in cui aggregare start-up, attraendo studenti e giovani che si occupano di innovazione. Mentre Venezia non avrebbe mai potuto adattarsi alle tecnologie del secolo scorso, all’industria pesante, si può adattare a quelle di oggi, che sono leggere, le tecnologie della rete, in cui nuovi modi di produrre possono far sì che questa città torni a vivere.”

E’ in questo spirito che tornerà a vivere un villaggio militare americano a Heidelberg in Germania. La Patrick Henry Community, progettata dalla Carlo Ratti Associati, potrà godere di vaste infrastrutture in un contesto urbano per trasformarsi in una comune del XXI secolo, un luogo per co-abitare co-lavorare co-produrre. Nuovi spazi flessibili sorgeranno nelle strutture esistenti, dove i box auto, resi obsoleti dalla mobilità condivisa, diventeranno laboratori, e così via.

Trasformare, non distruggere. Serbare memoria per innovare. “La Memoria del Mondo è un racconto molto bello di Italo Calvino scritto in tempi non sospetti, prima della rivoluzione digitale”, racconta Ratti. “E’ la storia del Signor Müllerche scopre il modo di mettere il British Museum in una castagna. E oggi abbiamo abbastanza memoria nello spazio di una castagna per archiviare tutto il British Museum.  L’autore immagina di fare una copia digitale del mondo fisco e la cosa porta a intrighi, tragedie, drammi. E’ interessante rileggerlo perché tutto quello che facciamo viene archiviato e le domande che si poneva Calvino sono le stesse di oggi: chi ha accesso ai dati? chi li può controllare? chi può cambiarli? come possiamo distinguere quelli veri da quelli falsi?  Viviamo in un’epoca in cui ci sono aziende, stati, che sanno tutto di noi, ma noi sappiamo poco di loro. Penso sia fondamentale avviare una conversazione aperta su questo.” Cosa che lui fa. Avvia conversazioni dalle quali scaturiscono idee e progetti. Come Light Traffic 2016, del Senseable City Lab, che visualizza in modo avvincente come cambierà il traffico quando tutte le auto si guideranno da sole. Non serviranno più i semafori e con metà delle vetture di oggi, tutti viaggeranno puntuali, senza attese, e si dimezzerà l’inquinamento. Dalle città alle cose con Roboat, barca autonoma capace di fornire trasporto, monitorare l’ambiente e, in flotta, diventare un ponte. Sarà testa ad Amsterdam nel 2017.

Guardi i suoi progetti, guardi lui, e vedi una frizzante curiosità, una visione ampia e trasversale, una mente che spazia e connette. “Mi piace l’ubiquitous computing,” racconta, danzando con gli occhi sull’orizzonte, “quando c’è la tecnologia, ma quasi scompare e puoi permetterti di dimenticarla.Come nel Supermercato del Futuro che abbiamo progettato per Expo2015: il prodotto raccontava la sua storia, però la tecnologia che lo rendeva possibile era invisibile.” Ed è proprio grazie a questo che il visitatore poteva abbandonarsi al piacere di sapere tutto sulla mela del supermercato. Provenienza, trattamento, elementi nutrizionali. Informazioni di solito frammentate in un sol colpo d’occhio. Sembra così facile. Ed è possibile. Grazie! Perché “Le informazioni hanno un grande potere di trasformare. Consentono di capire le conseguenze delle nostre azioni.” Dal supermercato all’orto (torneremo tutti coltivatori), Ratti sta progettando a Bologna FICO,giardino idroponico dove i visitatori potranno seminare, seguire la crescita della pianta anche in remoto, raccoglierla e mangiarla. Sperimentando con un cambiamento culturale necessario.

Ci adattiamo noi e si adattano gli spazi. Come può un edificio modularsi per rispondere alle esigenze variabili di chi lo abita? Luce e climatizzazione non hanno più postazioni fisse. Diventano mobili, capaci di seguire le persone, attivarsi dove serve. Sarà così la Fondazione Agnelli a Torino, uno spazio superconnesso e aperto alla città.

Carlo Ratti orchestra informazioni per connetterci a una quotidianità più fluida, efficiente, piacevole anche nelle scuole (Greene School, Palm Beach), per le strade (Singapore), in bicicletta (Copenhagen Wheel), in luoghi di cultura (Digital Water Pavilion), o in mezzo alla natura incontaminata (Pankhasari Retreat, Darjeliing, India). Ecologia umana e ambientale sono naturali conseguenze di una progettazione partecipata.

L’architetto è in movimento perpetuo, veloce ma mai di fretta: “Oggi l’ufficio è in mille posti, in uno studio, a casa, da Starbucks, nel lounge di un aeroporto, a bordo di un aereo, all’isola di San Giorgio. La tecnologia libera il nostro tempo, il modo di vivere, ma la città è anche immutabile. Passano le generazioni, i secoli, però le pietre restano. C’è qualcosa di primordiale che dobbiamo fare attenzione a mantenere perché è anche un antidoto per questo mondo dinamico che ci cattura.” Città che Ratti esplora appena può, camminando: “Mi piace andare un po’ alla deriva, una deriva situazionista. In francese diremmo à ras terre.” E mi piace il viaggio, perché mi permette di uscire da quello che tutti ci costruiamo intorno, una nicchia, un nido, creare contatti un po’ casuali, sia nei modi più semplici di  viaggiare che in quelli più sofisticati. Mi viene in mente una frase che ho letto qualche settimana fa in un libro di Mario Vargas Llosa, La tia Julia y el escribidor– Sono un uomo che odia le mezze misure, l’acqua torbida, il caffè lungo. Mi piacciono il sì o il no, gli uomini maschili e le donne femminili, la notte o il giorno. Nelle mie opere ci sono sempre aristocratici o popolani, prostitute o madonne.”

Giudicando dall’armonia del suo ritmo di vita, incessante ma non frenetico, c’è da essere ottimisti sul futuro. “Si, sono ottimista,” conferma l’architetto. “Penso che quello che il grande scienziato sociale Herbert Simon chiamava “il mondo dell’artificiale” evolva in modo non molto diverso a quello naturale. Forse l’approccio migliore non è di cercare di risolvere tutti i problemi ma cercare di introdurre delle mutazioni, nuove condizioni che ci permettono di trasformare lo spazio in cui viviamo. Alcune avranno più successo, altre meno, ma proprio nel creare una condizione più ricca, in cui ci sono più possibilità, aumenta il potenziale di far evolvere il sistema, meglio e più velocemente. In questo contesto io vedo il ruolo del designer nel senso anglosassone del termine, un progettista, un mutageno,  che porta a mutare. Imitando la natura, con le sue mutazioni. Da questa prospettiva sono ottimista. Penso che il sistema nel suo complesso saprà regolarsi.”