Intervista a David Orban

By luglio 23, 2018features

Scienziato, visionario e membro della Singularity University. David Orban ci parla di Intelligenza Artificiale, di Bitcoin, di privacy, ma anche della sua vita vissuta a cavallo tra culture.

L’INTERVISTA A DAVID ORBAN SU THE GOOD LIFE ITALIA 

CRISTINA: David, raccontami un po’ della tua infanzia.

DAVID: Sono nato a Budapest, figlio unico, da due genitori artisti: mia madre è pittrice e mio padre era attore e regista. Avevano una vita abbastanza da bohémien, anche nelle loro amicizie. Facevano parte della così detta intellighenzia, in quegli anni in Ungheria una vera e propria classe, che, pur non fidata, o forse proprio per questo, godeva di libertà che non tutti avevano. I miei genitori erano separati e a 12 anni mi hanno chiesto, siccome mia madre avrebbe sposato un italiano, se, finita la scuola a 14 anni, volevo rimanere in Ungheria con mio padre oppure andare in Italia con mia madre e il suo nuovo marito. Tutta la natura esotica di questo nuovo mondo era troppo attraente per non sceglierlo; sentivo l’odore delle palme, delle scimmie: di tutto quello che, nella mia immaginazione, poteva essere l’Italia. Sono cresciuto a Budapest in modo abbastanza libero – anche a 8 o 9 anni andavo a scuola da solo, magari mettendoci un’ora perché di inverno vivevamo in una parte della città e d’estate da un’altra parte, la scuola era in centro e quindi prendevo due o tre mezzi per arrivare. Un aneddoto particolare: avrò avuto 10/11 anni ed ero membro di un club di fantascienzache si riuniva ogni secondo martedì del mese alle nove di sera. Io andavo da solo tornando a casa alle undici o mezza notte. Parlandone con mia madre poco tempo fa, neanche lei si capacitava di come lei potesse permettermelo. Questo del club di fantascienza derivava si da una mia inclinazione naturale, ma anche dal desiderio dei miei genitori di orientarmi verso una carriera più scientifica che artistica. Per me in realtà non c’è una grande contrapposizione tra le due. Un altro ricordo d’infanzia: uno dei miei libri preferiti era “Le avventure di un atomo di carbonio”. Andavo all’asilo ovviamente accompagnato, con quel libro ungherese sotto il braccio. Ha avuto grande successo e adesso, cinquant’anni dopo, si trova ancora in edizioni italiane, inglesi, un po’ in tutto il mondo. Era una storia molto semplice, ma di grande ispirazione, di un atomo che fa parte di una foglia di palma, viene mangiato da un dinosauro, il dinosauro muore, diventa petrolio, viene scavato, nutre il forno del panettiere e così avanti a illustrare un po’ i cicli del mondo.

CRISTINA: Effettivamente, conoscendo il tuo lavoro, queste storie hanno piantato un seme importante.

DAVID: Ho seguito sempre fisica e matematica, erano le mie passioni, e siccome tutte le operazioni di spostamento dall’Ungheria all’Italia erano burocraticamente molto complicate, mi ero iscritto anche al liceo in Ungheria. Lì molte scuole sono a numero chiuso. Avevo fatto l’esame d’ammissione per una scuola particolarmente prestigiosa, che spesso apre le porte di quelle università dove, negli anni ’20 e ’30, hanno studiato Edward Teller, Leo Szilard, John Von Neumann e altri. Fisici, che secondo Oppenheimer e Fermi, avrebbero assicurato tutte le esigenze di sicurezza che preoccupavano gli americani nel progetto Manhattan per la progettazione della bomba atomica, perché, se se ne fossero andati gli altri, avrebbero potuto tranquillamente continuare in Ungherese e nessuno li avrebbe capiti.

CRISTINA: Però tu non hai frequentato quel liceo né quell’università, perché sei venuto a stare in Italia.

DAVID: Esatto. Era interessante il contrasto tra il sistema comunista e quello capitalista in Italia. Alle persone che mi chiedevano, curiosi e un po’ accondiscendenti, qual era la mia esperienza, rispondevo tranquillamente “molto diversa” e loro non necessariamente capivano che intendevo, ossia che c’era un abisso tra l’effervescenza culturale, gli stimoli e le opportunità di Budapest, e il paesino veneto di cinquantamila abitanti dove siamo andati a finire e dove ho fatto il liceo.

CRISTINA: Come ti ricordi il passaggio culturale? Non hai trovato né scimmie e, le palme forse non in Veneto ma più in Liguria.

DAVID: Esatto. Ho fatto un salto nell’acqua fonda per imparare a nuotare. Sono arrivato il 20 agosto senza parlare l’italiano e il 20 settembre ho cominciato il liceo. Un’esperienza stimolante che in un’altra persona avrebbe forse potuto essere traumatica o portare all’esaurimento. Nel mio caso non è stato così. Ci sono stati magari piccoli conflitti, ma il livello di tolleranza da parte degli insegnanti è stato ottimo perché, all’inizio, non capivo assolutamente niente. Alla fine mi sono diplomato con i voti migliori della scuola. Le differenze tra i due mondi erano sui parametri diversissimi, dal cibo ai comportamenti: eravamo in un paese piccolissimo nel profondo Veneto – sento ancora l’odore dei camion a rimorchio che portavano le barbabietole da zucchero e sgocciolavano lungo le strade del paese. Cugini acquisiti si trovavano all’oratorio e dicevano: “Andiamo in piazza”. Tutto entusiasta dicevo: “Okay, dai. Andiamo in piazza.” Poi, quando arrivavamo li, ero un po’ confuso perché mi ero immaginato che ci fosse un obiettivo, che in piazza si facesse qualcosa. Questo modo rilassato e senza preoccupazioni, ma senza neanche propositi, questa vita di paese, per me, era molto curiosa e molto lontana da quella conosciuta prima.

CRISTINA: E i tuoi giochi e passatempi preferiti da bambino e da ragazzo quali erano?

DAVID: Il Danubio divide Budapest in due: Pest è piatta e Buda è collinosa. D’inverno vivevamo in un appartamento a Pest, mentre d’estate andavamo in una casetta di legno a Buda dove potevo fare escursioni, arrampicate, cose anche “pericolose”, mentre in città andavo al cinema o facevo altro. D’estate andavo a veleggiare, d’inverno a sciare: cose abbastanza normali, molto belle e stimolanti. E in mezzo agli stimoli mi annoiavo spesso. Tant’è che avevo un libro che si intitolava “Mi annoio. Cosa posso fare?” E oggi, tra le mille cose che mi tengono occupato, quando uno dei miei figli mi dice che si sta annoiando, lo guardo e gli dico: “Goditela. Goditi il privilegio del non avere la pressione di una scadenza, delle cose accumulate o che hai rimandato.” Insomma: tutta la mancanza di obblighi e impegni, che provoca la noia sono un privilegio.

CRISTINA: E il tuo papà adottivo, quindi il secondo marito di tua mamma, che attività aveva? A che tipo di situazione sei stato esposto?

DAVID: Lavorava in banca, aveva una vita tranquilla e ordinata. Andava a lavorare al mattino, veniva a casa a pranzo, riposava un’oretta prima di rientrare… E faceva dei viaggi, anche insieme a mia madre, in Italia, Europa, America, però sempre in modo molto contenuto, perché immaginava che, andando poi in pensione, con un po’ di soldi da parte, si sarebbe goduto il tempo facendo cose che non aveva fatto prima. Invece è morto, ha preso un tumore che l’ha ucciso nell’arco di un anno, poco dopo essere andato in pensione. E’ stato un esempio importante di come non si deve rimandare.

CRISTINA: Le tue radici dove le metti? Come definisci la tua nazionalità?

DAVID: In modo assolutamente opportunista. Parlando tre lingue bene, un po’ come fanno le attricette francesi che sono in Italia da trent’anni e tirano fuori l’accento quando serve, anch’io vengo riconosciuto e identificato come straniero ovunque io sia. E ne approfitto perché mi permette di essere critico o di fare osservazioni da outsider che gli insider, magari, non fanno per timore di offendere o di bruciare ponti di cui sentono di aver bisogno. Quando sono in America dico che sono ungherese, quando sono in Italia e mi prendono per americano e non lo smentisco, mentre in Ungheria, quando visito, critico ferocemente il governo del primo ministro, mio omonimo, includendo il fatto che lì, in compagnia, ancora oggi, non si parla di politica perché le persone hanno smesso di sentirsi liberi e aperti.

CRISTINA: Venendo ai tuoi mentori: nel tuo libro “Singolarità. Con che velocità arriverà il futuro” ringrazi Gianni Degli Antoni e c’è un passaggio che risuona particolarmente in me “I sistemi automatici devono fare leva sul giudizio delle persone.” Puoi approfondire?

DAVID: Una delle grandi conquiste della scienza è la perfettibilità. Cioè, mentre una visione dogmatica, metafisica, teistica e religiosa del mondo parte da un presupposto di perfezione e di infallibilità, una visione scientifica si rende conto dei propri limiti ma anche dell’ambizione della capacità di superarli. Non solo a livello teorico, a maggior ragione a livello pratico, quindi a livello di ingegneria, a di tecnologia. E questo significa che la capacità di analisi di una situazione e quindi di confronto di possibili risultati teorici, con quel che effettivamente avviene, inclusi comportamenti umani, costituisce una dinamica che va, si spera, migliorandosi. La comoda e rinunciataria posizione che la storia si ripete, che non c’è niente di nuovo sotto il sole, riduce al qualunquismo, mentre se ci guardiamo attorno, è evidente che le cose cambiano e che migliorano. Noi, per lo meno oggi, viviamo in epoche in cui abbiamo modo di influire positivamente sulle cose. Quindi la nostra capacità di ragionare, di costruire sistemi morali ed etici, migliora. Oggi abbiamo strumenti migliori per pensare di quelli che avevamo mille o duemila anni fa e questi strumenti li possiamo mettere in pista sia a mano che in modo più o meno automatizzato. I nostri sistemi legali, per esempio, la società stessa che abbiamo costituito, un insieme astratto di regole che richiedono un intervento umano per essere messe in moto, ma che comunque hanno una loro realtà, hanno le loro esigenze. Quando parliamo di automatismi e di macchine, abbiamo una visione spesso troppo ristretta: un’azienda è una macchina, una società crea degli automatismi. Quando accusiamo i politici di essere inerti, la loro impotenza deriva, effettivamente, dal fatto che sono parte di un meccanismo e cambiare il funzionamento di quel meccanismo è oltre alla capacità di molti. Quando sentiamo ed esprimiamo il desiderio di una leadership forte, quello che in realtà chiediamo è una profonda capacità d’intervenire per modificare i meccanismi dell’automatismo politico della società intera. Il giudizio delle macchine non è un robot che ti punta il dito. È la sofisticata capacità umana di costruire sistemi complessi che evolvono verso direzioni desiderabili.

CRISTINA: Però c’è quasi più fiducia che questi sistemi progettati dall’uomo possano raggiungere una giustezza morale, una capacità di discernere, maggiore di quella dell’uomo senza l’ausilio di queste tecnologie.

DAVID: Si, questo è il mio punto di vista. In modo assolutamente analogo ad altre attività umane: posso correre più velocemente in macchina che non a piedi, posso guardare più lontano con il telescopio che a occhi nudi, posso imparare di più usando i libri che non tramandando a parola e posso esprimere un giudizio moralmente superiore con l’ausilio di sistemi che mi supportano, che non seguendo la mia intuizione naturale.

CRISTINA: Però c’è l’elemento forte della psiche, che porta una memoria ancestrale e che viene sovente governata da impulsi e da memorie del passato. E noi viviamo più mossi collettivamente dalla memoria che dalla capacità di vedere l’opportunità in ogni momento.

DAVID: E questo può danneggiarci. Abbiamo rituali, abbiamo l’infibulazione, un rispettabilissimo elemento culturale di popolazioni africane che è di una tragica stupidità, che nessuna radice culturale dovrebbe permettere e che non merita di essere preservato, quindi pazienza. Un po’ come non abbiamo pianto quando abbiamo eradicato il vaiolo. Le cose passate, le nostre memorie, sicuramente, sono importanti ed è importante che le valutiamo in un ordinamento di valori conoscendo quelle che contribuiscono positivamente alle opportunità degli individui e alla società e mettendo da parte quello che non vogliamo più, che rifiutiamo, a cui rinunciamo. Questo tipo di selezione delle memorie può essere, secondo me, parte di un’innovazione, di un ringiovanimento, e quindi acquisire queste capacità diventa ancora più importante quando l’età media si allunga perché avremo sempre più bisogno di riconoscere errori anche in noi stessi.

CRISTINA: A proposito dell’allungamento della vita, quello che mi hai detto mi fa venire in mente un articolo che ho letto stamattina sull’International New York Times scritto da Bernie Sanders in cui lui dice: “la durata della vita di milioni di americani poco istruiti si ridurrà a causa di depressione e alcolismo rispetto a quella della generazione precedente”. C’è una soglia di vita che si allunga con scoperte mediche, biologiche, ingegneristiche, però ci sono delle complessità a livello sociale che stanno gettando quantità immense di persone in una disperazione tale per cui vivranno meno. Quello che tu fai porta sempre una visione assolutamente possibile di un futuro, però siamo in un guado dove più sovente si affonda invece che galleggiare o, per lo meno, a livello di società nel suo insieme.

DAVID: Se io vedo un gradiente statisticamente affidabile che punta verso un futuro desiderabile, questo non significa che i suoi elementi siano preordinati e che ci sia una garanzia del risultato. Solo se noi lo desideriamo, un certo tipo di futuro si realizzerà. L’esempio che hai citato tu degli Stati Uniti, ma anche la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica o la Germania dell’Est dopo l’unificazione, rappresentano una pressione nella trasformazione dei modi di vivere dove le persone, senza una sufficiente protezione sociale, non sono in grado di adeguarsi e lo stress porta ad alcolismo, depressione, suicidi e questo risulta nelle statistiche nella vita media che si accorcia. Parliamo di disagi sociali, di terrorismo, intelligenza artificiale, ma dobbiamo assolutamente tenere conto del pericolo rappresentato anche dagli asteroidi, che abbiamo cominciato a conoscere, abbiamo cominciato a mappare, ma in modo insufficiente. Il 30 giugno corre l’anniversario dell’impatto significativo più recente di un asteroide – quello di Tunguska, caduto in Siberia nel 1908. Prese la terra di striscio e distrusse un’enorme area disabitata della Siberia.

CRISTINA: Questo tocca un punto importante, perché il governo ha smesso di finanziare le ricerche della NASA e il boccino è passato in mano ai privati che, per fortuna, poi hanno ripreso a mappare e cercare di prevedere.

DAVID: C’è comunque da vedere qual è lo sforzo che viene fatto e se questo è sufficiente rispetto alla probabilità e al possibile danno provocato da un eventuale futuro impatto. Molto spesso, in modo che sarebbe ridicolo non fosse così spaventoso, gli annunci di asteroidi vengono fatti dicendo: “È appena passato […]” Spesso questo avviene perché l’osservazione dell’asteroide che viene da un’orbita vicina al sole è estremamente difficile, se non addirittura impossibile. I nostri strumenti sono accecati o sono rivoli altrove ed è, appunto, solo quando l’asteroide è già passato che il telegiornale riporta “[…] in un’orbita due volte la distanza dalla luna o, addirittura, interna alla luna, è passato un asteroide” e se ci avesse colpito avrebbe ucciso, non so, dieci milioni di persone.

CRISTINA: E’ una metafora potente, per questo tempo: l’attenzione dei più – soprattutto di governi, di grandi istituti – accecata quanto lo sono gli strumenti che non sanno bene dove orientare lo sguardo nello spazio. Una metafora di come, collettivamente, stiamo vivendo questo tempo.

DAVID: Certo, certo.

CRISTINA: Un’altra soglia che tu cavalchi è quella tra la libertà e la sua limitazione per garantire la sicurezza. Un altro confine, quello tra libertà e imposizione dove tu porti un’immaginazione, non solo le informazioni di sviluppi possibili, però come si può gestire oggi? Da quello che si evince, non la si sta gestendo in maniera così eccellente.

DAVID: Spesso c’è una imperfetta capacità di analisi di quelle che sono le tensioni sotto la superficie, sia in termini di qual è la loro origine, sia come gestire, incanalare in orientamenti positivi questa tensione. Un esempio di analisi e conclusione sbagliata, è immaginare che sia necessario sacrificare la privacy per migliorare la sicurezza. Quando viene chiesto ai governi: “Quali sono le azioni terroristiche prevenute grazie ai sistemi di sorveglianza” mancano le informazioni. Al massimo viene detto: “Abbiamo prevenuto dieci attacchi, venti attacchi, ventimila attacchi” in senso astratto e non documentato, perché con la giustificazione della sicurezza non è possibile svelare dettagli. Sacrificare la privacy e implementare una società di sorveglianza universale, non solo, secondo me, non è in grado di prevenire attacchi terroristici e garantire una sicurezza universale, ma rischia di sacrificare la capacità della società di evolversi. La ragione di questo è relativamente semplice: ogni cambiamento dei comportamenti è inizialmente desiderio di una forte minoranza. Per definizione. Se fosse condiviso da una maggioranza, sarebbe già in atto. Se io, negli anni sessanta/inizio anni sessanta, in America, mi fossi innamorato di una ragazza nera e tu, assieme ad un altro gruppo di amici, avreste cercato di aiutarmi a sposarla, saremmo stati tutti criminali sovversivi, perché era illegale, proibito. Era un atto criminale per un bianco e un nero sposarsi, ma, dieci anni dopo, era diventato legale. Se in quegli anni fosse stata in piedi una società di sorveglianza universale, il nostro aiuto assieme al cambiamento di opinione di decine di milioni di americani, non sarebbe stato possibile, sarebbe stato estirpato alla radice e il cambiamento di legge che sancisce il cambiamento di opinione, non sarebbe potuto avvenire. E quello che sarà il prossimo comportamento che diverrà accettato e universale, non potrà essere adottato dalla società nella sua maggioranza nel momento in cui, nella società di oggi, insistiamo a eliminare la privacy. Questo porta ad una società rigida incapace di cambiare, incapace di adattarsi alle esigenze del futuro.

CRISTINA: E’ quello che stiamo vedendo. Cioè, a me non viene in mente un paese, se non magari la Costa Rica piuttosto che il Bhutan, dove si sono sovvertite delle regole a livello governativo fondamentali che permettono poi alla società di evolversi. Questo mi porta alla Network Society che tu hai fondato. Raccontami come sta crescendo e se pensi che quei pochi che saranno in grado, comunque, di avviare dei cambiamenti sociali profondi, verranno da un’intelligenza più diffusa, che le tecnologie di oggi consentono di esprimere.

DAVID: La Network Society Research, la think-tank, basata a Londra, che oggi è presente in 35 paesi, da una parte, e, dall’altra, Network Society Ventures, il fondo d’investimenti che seleziona startup su cui scommettere con capitali per accelerarne la crescita, nascono entrambi da un’analisi di come le tecnologie esponenziali cambiano il mondo. Cosa comportano queste tecnologie e quali sono le conseguenze nell’organizzazione socioeconomica del loro avvenire sul campo. Io ritengo che nella evoluzione della nostra capacità di costruire gruppi di persone che si organizzano per raggiungere i propri obbiettivi, lo stato-nazione che da quattrocento anni a questa parte è il tipo di organizzazione prevalente sia arrivato al momento di cedere il passo. Lo stato-nazione non necessariamente cesserà di esistere, ma la identificazione delle persone sarà molto più fluida e molto più duttile rispetto ad altre reti di appartenenza che saranno in grado di offrire servizi importanti per aiutare queste persone a raggiungere i propri obbiettivi. E queste reti di appartenenza saranno complementari a quella di una cittadinanza o di una residenza, qualche volta potranno essere anche in conflitto con quelle che sono le definizioni restrittive tradizionali e, quindi, come questo insieme di vincoli e di opportunità potrà evolversi. Sarà un grandissimo movimento, che sta già, in realtà, accadendo. Il Brexit è parte di questo. Il mio giudizio sull’atto e sulla decisione è che è profondamente antistorico, una risposta sbagliata alla domanda malformata di tensioni irrisolte. Certo che una gran parte della popolazione inglese è frustrata, certo che provano grande incertezza per il futuro e certo che sentono di non poterlo controllare, non poter decidere sulla propria vita. Assolutamente. Ognuna di queste cose è non solo verissima, ma è quasi universale in tutte le nazioni: sia europee che non europee, ma l’illusione di tornare ad un passato che non è mai esistito di autocrazie, di autodeterminazione, in un momento dove l’impero non esiste più, dove sicuramente la rete di scambi commerciali, tecnologici, politici mondiale da vantaggi innegabili a cui il Regno Unito rinuncerebbe e che vorrà riguadagnare a fatica ma a condizioni peggiori rispetto a quelle che ha adesso, ecco, questo è veramente penoso. Ma il fatto che quel referendum fosse stato possibile, è una conquista colossale, epocale, perché anche solo 150 anni fa, quando analogamente qualche stato del Sud negli Stati Uniti, voleva uscire dall’unione, quelli del Nord hanno risposto: “Piuttosto vi ammazziamo.” E che quindi l’Unione Europea sia stata in grado di fare l’accordo di Lisbona, il trattato di Lisbona, che sancisce che un membro ha il diritto di uscire dall’Unione e senza violenza, senza che questo scateni una guerra, è meraviglioso.

CRISTINA: Questo mi ricorda una conversazione con Derrick De Kerkhove sulla primavera araba. Un movimento che abbiamo tutti accolto con entusiasmo, non capendo dove sarebbe sfociato. Nessuno poteva immaginare quale vortice avrebbe generato. E’ evidente che i governi non sono capaci di stare al passo coi tempi. E ora vediamo più problemi che soluzioni.

DAVID: Una fase di trasformazione non può che contenere un numero molto maggiore di domande irrisolte che risposte. Noi vogliamo tutte le risposte subito e accusiamo gli esperti o, addirittura, diffidiamo di fidarci degli esperti se questi osano non avere tutte le risposte. Gli esperti non sono quelli che hanno subito tutte le risposte, gli esperti, se va bene, osservano con maggiore chiarezza una situazione e sono in grado di formulare domande utili. Stiamo vivendo una trasformazione che durerà molto a lungo. Non cinque o dieci anni, ma decenni di trasformazione e dovremo avere molta pazienza perché spesso le risposte che avremo saranno sbagliate.

CRISTINA: Certo, e con la primavera araba il mondo democratico ha salutato con entusiasmo questa capacità di esprimersi da parte di popoli repressi che, grazie alle tecnologie, hanno potuto manifestare la loro opinione.

DAVID: Così come saluteremmo con entusiasmo la caduta del regime comunista cinese per poi inorridirci dei conflitti che ne nascerebbero e della morte di decine di milioni di persone per fame e per guerra civile. Cioè, noi nel mondo occidentale abbiamo l’illusione di avere le risposte giuste. Soprattutto, le nostre risposte vanno bene per noi e non possiamo pretendere di imporle sugli altri.

CRISTINA: Quali sono i tuoi principali mentori, i pilastri del tuo pensiero?

DAVID: Oltre a Gianni degli Antoni, che abbiamo menzionato e a cui ho dedicato anche il libro che ho scritto, pur avendolo incontrato poco, mi ha molto ispirato Daniel Dennett, un filosofo contemporaneo che scrive in maniera limpidissima, senza nascondersi dietro le arcane terminologie che i filosofi usano per rendere impenetrabili i loro ragionamenti. E sicuramente Larry Lessig, inventore di Creative Commons, un importante passo avanti nella nostra capacità di gestire le idee e di valorizzare le idee in tutto il mondo. Fisici, intellettuali, filosofi, tante persone con cui spesso ho avuto anche il privilegio d’interagire o di lavorare insieme.

CRISTINA: Quali sono le tre cose della mentalità americana che hanno nutrito di più il tuo spirito imprenditoriale, la tua conoscenza, le tue opportunità?

DAVID: È quello che in inglese viene chiamato il “can do attitude”, cioè il desiderio di fare che si auto-avvera, dove non ti auto-imponi limiti, dove fai l’impossibile perché nessuno ti ha detto che non puoi o che non devi osare. E questo, secondo me, è la singola cosa più esaltante.

CRISTINA: Come sei entrato in contatto con la Singularity University e con Peter Diamandis e Ray Kurzweil?

DAVID: Ancora prima della nascita di Singularity University io ero parte di questo mondo che guarda il futuro come qualcosa che si può e che si deve capire, che non capita e basta, ma che puoi forgiare, influenzare. C’era un’organizzazione che si chiamava Singularity Institute for Artificial Intelligence che organizzava un evento chiamato Singularity Summit e, successivamente, Singularity University ha preso questi marchi e la gestione di questi eventi. Io ero parte anche di quella organizzazione e mi hanno invitato perché fossi parte del gruppo che ha disegnato Singularity University.

CRISTINA: Se tu dovessi illustrare il tuo tempo presente in una torta, come assegni, viste le tue molteplici attività, il tempo, l’attenzione, l’energia che ci dedichi?

DAVID: La torta è una buona analogia, perché anche se non mangio dolci, io vedo le torte e hanno molti piani. Le mie torte, sono tridimensionali. Non hanno un solo modo di essere tagliate e penso che sia importante per tutti rendersi conto che le leve che abbiamo a disposizione sono molto di più che non le ore che dedichiamo a qualcosa. I social network, se vogliamo banalizzare, ci danno una forza moltiplicatrice che permette alle idee e alle organizzazioni, quindi alle persone che fanno scaturire queste idee e organizzazioni, di viaggiare in modo precedentemente impensabile. Quello che poteva costare la fatica di anni o decenni di lavoro, oggi si può fare in pochi mesi. O quello che costava settimane di fatica, oggi si può fare in pochi minuti. Ed è in questo senso che le persone che hanno tante idee possono perseguirle e realizzarle utilizzando la tecnologia e la sua forza moltiplicatrice.

CRISTINA: E quali sono le idee più belle che hanno piantato un seme grazie ai social network nella tua attività dell’ultimo periodo?

DAVID: Network Society Ventures è in cima; il fondo di investimenti a cui sto lavorando, Network Society Research, è un fattore importantissimo; Singularity University, che è una mia affiliazione molto stimolante e con tante ramificazioni. E poi sono professore associato alla Luiss, sono speaker che viene chiamato sempre di più a conferenze per essere il keynote, quindi dare un’impronta, uno stimolo d’avvio ad una conferenza di diversi giorni e anche questo è per me stimolante e interessante.

CRISTINA: Tornando ai social network un momento: c’è qualche cosa che, grazie ad essi, si è esponenzialmente accelerato oppure si è manifestato con estrema facilità dandoti stimoli e informazioni?

DAVID: Network Society Research è un’organizzazione nata nei social network e che non potrebbe esistere senza di loro. Praticamente tutti i rappresentanti dei 35 paesi di Network Society Research si sono auto-selezionati. I nostri ambasciatori sono persone che si sono spontaneamente avvicinate a questo mondo e alle nostre idee, che dall’Etiopia a Taiwan, letteralmente mi hanno contattato per poterne far parte. E questo è stato possibile proprio per via dei social network.

CRISTINA: Come vedi lo sviluppo dei due rami della Network Society?

DAVID: Sia per quanto riguarda gli strumenti che portano emancipazione gli individui che imparano e fanno leva sulle tecnologie della Network Society, che per la capacità di individuare ed agire su opportunità di investimento di Network Society Ventures, hanno una dinamica che punta verso una automazione, una frequenza, una granularità fine e una copertura globale sempre più capillare. Negli anni è questo che vedo svilupparsi. Per ragioni legali di regolamentazione, il fondo di investimenti ha un orientamento particolare. Come questo potrà essere superato, eventualmente, nei prossimi anni, è esso stesso un interessante ambito su cui stiamo lavorando perché vediamo, sia da parte di Network Society Research che da parte di Network Society Ventures, l’evoluzione del policy making come un importantissimo elemento di una società dinamica che è capace di adattarsi. Oggi, troppo spesso un legislatore, un regolatore, pensa in modo lineare, pensa prendendo gli esempi dal passato e applicandoli al futuro dove non sono più attuali, mentre si stanno affermando strumenti che sono in grado di aiutare il dibattito, l’approvazione, l’implementazione, la misura e l’aggiornamento delle regole stesse del gioco, in una maniera sempre più snella e potente, rapida e adatta alle esigenze.

CRISTINA: Il tuo fondo sta già investendo?

DAVID: Il fondo non è ancora chiuso, quindi non sta ancora investendo. Abbiamo nella pipeline decine e decine di startup, alcune delle quali talmente di successo che non ci aspettano nemmeno, semplicemente trovano i capitali di cui hanno bisogno e vanno avanti per la loro strada, pur avendoli noi identificati e tenuti d’occhio.

CRISTINA: Quanto capitale avete l’obbiettivo di raccogliere?

DAVID: Cento milioni.

CRISTINA: Con quali criteri e metodi investirete?

DAVID: Abbiamo una piattaforma di gestione degli investimenti che è una vera e propria piattaforma software. Questa consente sia di fare un’identificazione proattiva che filtrare in modo rapido le opportunità. Il nostro obbiettivo è di mettere questa piattaforma in open source e creare un vero e proprio ecosistema di fondi di investimento e di soluzioni che collaborano per rendere sempre più affidabile il processo, migliorarlo, accelerarlo, renderlo snello. Questo farà poi parte delle attività a lungo termine di Network Society Ventures. La piattaforma, essendo open source, andrà evolvendosi. I contenuti inizialmente nostri, in futuro potranno essere arricchiti da contributi di altri che partecipano al progetto.

CRISTINA: Al congresso della Network Society, tra i vari progetti, mi è rimasto impresso Backfeed, che tu stai sviluppando insieme a Matan Field. Me lo delinei brevemente?

DAVID: Le tecnologie Blockchain che sono quelle sottostanti Bitcoin, promettono di rendere automatizzabili attraverso i cosiddetti “smart contract”, una serie di attività che prima erano manuali – accordi legali, notarili, gestione di proprietà. Una delle ambizioni è di poter quantificare e automatizzare la reputazione, che poi diventa leva di azione verso quello che una persona ambisce a fare e ne accelera il processo. E’ la reputazione di Richard Branson o di Elon Musk che fa si che quando annunciano un nuovo progetto, tutti ci credono, anche se è fantascientifico. Ossia, la reputazione sospende l’incredulità che, magari, si avrebbe nei confronti di qualcuno che non gode delle stesse credenziali. Ci sono diversi progetti, tra cui Backfeed, che hanno l’obiettivo di generare indici reputazionali. E’ una delle grandi promesse di Blockchain. Per capirne le le dimensioni e la potenzialità, Blockchain sta a Bitcoin come internet sta alle e-mail, cioè il primo è un sistema e il secondo una applicazione. Blockchain va molto oltre i pagamenti, e applicarlo agli smart contract, alla reputazione, è una delle direzioni importanti in cui andare.

CRISTINA: Come rispondi ai troppi scettici che, forse, non capendo bene il meccanismo del Bitcoin, ne diffidano?

DAVID: Chi ne diffida fa bene a non avvicinarsi. Ci sarà un momento in cui il rapporto costo-beneficio sarà diverso. Oggi, se qualcuno dicesse: “No, guarda, io non leggo e non scrivo”, risulterebbe ridicolo. Essere analfabeti oggi non può essere una scelta. Un genitore che proibisce i figli di andare a scuola è un criminale. Non è un gesto criminale invece dire: “Non uso internet. Non uso i computer. Non uso lo smartphone. Ho il mio vecchio telefono di bachelite e, se ho bisogno di cercare qualcuno, lo chiamo. Se no, prendo l’autobus e lo vado a trovare.” Gli amish, per esempio, fanno così, e alcuni li rispettano, altri li ridicolizzano. L’utilizzo di Bitcoin avrà questo tipo di evoluzione. Tra un po’ sarà ridicolo non volerlo neanche sperimentare, non sapere di cosa si tratta e in futuro sarà più difficile operare senza. Solo il fanatismo “religioso” di chi si fida solo delle vecchie, fidate soluzioni, avrà la forza sufficiente per frenarne l’uso. Invece chi è libero da preconcetti dirà: “Io mi trovo benissimo con i Bitcoin.”

CRISTINA: Come vengono creati i Bitcoin e come si valorizzano?

DAVID: La politica macroeconomica monetaria, nell’economia tradizionale, è regolata dalle banche centrali, che hanno un obiettivo principalmente inflazionario del 2%. Usano la leva dei tassi d’interesse per stimolare l’economia con il credito frazionario, l’emissione di buoni del tesoro e altri strumenti per immettere volumi di denaro nell’economia a seconda di quello che ritengono sia giusto, allargando o restringendo le fonti di denaro a livello centrale. La filosofia di Bitcoin è molto diversa. Ritiene che non ci sia bisogno di intervenire in modo attivo nella gestione dell’economia a livello centrale. C’è un algoritmo che, in modo impredicibile, produce 12,5 Bitcoin ogni 10 minuti. Fino a pochi mesi fa ne produceva il doppio, ossia 25 ogni 10 minuti. Questi vengono assegnati in modo praticamente casuale ai cosiddetti miner, quindi ai computer che partecipano alla rete che tesse la fiducia nel Bitcoin. Sono operazioni criptografiche che vengono eseguite e premiate dall’algoritmo stesso. Non si può predire chi riceverà il premio ed è per quello che ci sono dei miner, operatori che si associano in pool mettono a comune denominatore le proprie risorse, poi suddividono in proporzione il premio ricevuto. La quantità totale che entrerà in circolazione è fissata a 21milioni di Bitcoin e verrà raggiunta nel 2140, ma proprio perché si tratta di un progressivo dimezzamento, cioè di un esponenziale inverso, già nel 2030 saranno stati prodotti il 90% di Bitcoin che saranno mai in circolazione. Questo ha un effetto deflazionario, cioè, in una maniera quasi automatica, Bitcoin si apprezzerà rispetto ad altre unità di conto. Secondo molti economisti tradizionali, è una bestemmia perché vedono la deflazione degli anni Trenta come una spirale molto pericolosa. La differenza è che quella nasceva da una depressione della domanda, mentre la scarsità del mezzo di pagamento, quindi il suo apprezzarsi nei confronti dei beni ad esso associati, non vuole dire che tali ben varranno meno e che sarà minore il desiderio di averli. Cioè, se io oggi compro una casa con 100 Bitcoin e domani compro la stessa casa con 50 Bitcoin, non vuol dire che la casa vale meno, né che il mio desiderio di averla oggi diminuisce. Ho scritto un articolo che propone una lettura di come questo meccanismo renda Bitcoin ecologicamente più sostenibile, perché impedisce che spese futili vengano incentivate da profitti artificiali creati dall’inflazione dell’economia attuale. Se un centro commerciale non viene costruito perché uno preferisce tenersi i suoi Bitcoin, non è un problema, perché ce ne sono già abbastanza.

CRISTINA: Stai capitalizzando anche parte del Ventures in Bitcoin?

DAVID: Non solo in Bitcoin, ma anche in Ethereum, in The DAO, cioè in strumenti, organizzazioni e iniziative legate alla tecnologia blockchain che sono estremamente promettenti, anche se ancora agli inizi.

CRISTINA: Racconta del tuo chip. Io non conosco altre persone oltre a te che hanno il chip sotto pelle, come si vive con il portafoglio in corpo?

DAVID: Se tu sei in giro con il cellulare, arrivi da un amico e, guardandoti attorno, dici: “Sono un po’ giù con la batteria, ti dispiace se ricarico il cellulare?”, lui dirà: “Nessun problema”, e ti indicherà una presa di corrente. Il tuo presumere che ci sarà una presa di corrente è ragionevole. Nel mio caso, ancora manca l’infrastruttura nel mondo che supporti il chip. E’ come se tu andassi nel deserto col cellulare e cercassi una presa di corrente per ricaricarlo. Io non posso ancora interagire con l’ambiente, anche se potenzialmente potrei. Se la mia mano fosse attivata, potrei ad esempio pagare la metropolitana. Ho proposto al responsabile informatico del Comune di Milano, il chip information officer, di fare un esperimento. E’ tecnologicamente possibile. In Svezia ci sono già spazi di co-working impostati per aprire la porta, prenotare la sala riunioni, pagare il caffè, addebitare il costo giusto per le fotocopie, direttamente con il chip. Come dice William Gibson, il futuro è già qui, solo che non è ancora uniformemente distribuito. Cosa si può fare e dove dipende dalle società: se sono più orientate ad abbracciare e a sperimentare con il futuro, oppure timorose.

CRISTINA: Qual è l’impatto sul tuo pubblico dell’edizione digitale e di quella cartacea del tuo libro “Singolarità. Con che velocità arriverà il futuro”?

DAVID: Le statistiche sono molto interessanti, la prima tiratura cartacea è andata esaurita, adesso il libro è in ristampa e questo da soddisfazione sia a me che all’editore. Online si vede di più, è anche in inglese, si vede quanto vende e dove vende. Ricevo stimoli da persone in tutto il mondo. Prima di morire quest’anno, mi ha scritto Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale, per commentare il mio libro. E’ un po’ come se un cattolico ricevesse una lettera dal Papa. Quindi, avere il libro online è uno stimolo incredibile. Allo stesso tempo, quando parlo a conferenze, soprattutto aziendali, mi viene chiesto di avere copie cartacee da distribuire ai partecipanti perché è uno strumento di approfondimento utile.

CRISTINA: Il cambiamento in atto rende la certezza sempre più difficile. Tu come mantieni o come riorienti le tue certezze mantenendo sempre vivace, invece, il desiderio di porre domande o di lasciarti convincere da qualche cosa di nuovo che hai scoperto?

DAVID: Innanzitutto, mettendomi continuamente in discussione, mettendomi in gioco, dubitando della mia autorevolezza e prendendomi in giro, creando un disequilibrio che mi abitua alla fatica dell’adattamento. Perché lo ritengo necessario. In una ricerca costante di direzioni e approdi, se quando getti l’ancora, questa scivola, non fa presa, una certezza diventa incertezza, e si ritorna a cercare. Fa parte di una dinamica. Un po’ come il nostro camminare, un insieme di posizioni instabili che in sequenza ci consentono di farlo. L’instabilità delle mie posizioni crea una certezza che non è in una singola posizione, ma nella traiettoria.

CRISTINA: Dovessi chiederti una certezza e un’incertezza, quali sarebbero?

DAVID: Una certezza è che morirò e questo, nei miei circoli, è una posizione radicale, perché molti miei amici che si occupano di ricerche sulla estensione radicale della durata della vita, sono convinti che non moriranno. Io rispondo loro che è un passaggio necessario anche se avessimo una durata indefinita della vita. L’identità è definita dalla capacità di mantenerne i contorni, adattandoci progressivamente al nostro ambiente che cambia. I cambiamenti sul lungo termine possono essere arbitrariamente grandi, richiedendo quindi adattamenti altrettanto grandi. Arriverà quindi necessariamente nel futuro un momento in cui non potrò più identificarmi con il mio io di adesso. Potrò guardare indietro e stabilire un punto nel passato di cui potrò dire: “Ah, si. David lì è morto.” Perché in quel momento l’adattamento avrà raggiunto un punto estremo, oltre il quale è ragionevole chiamarmi un individuo nuovo, diverso. Se ci pensiamo, è un meccanismo simile a quello della speciazione, solo che agisce non sul livello delle specie, ma su quello dell’individuo. Questa dimensione è una delle cose che mi intrigano di più oggi.

Una delle condizioni per un’estensione radicale della vita è la capacità di effettuare delle copie di riserva del proprio stato di coscienza. Sommato alla possibilità di ripristinarlo, quando ce ne sia bisogno, per esempio a causa di un incidente, questo offre opportunità nuove. Perché i meccanismi non sono solo di una vita vissuta in serie come la conosciamo oggi, bensì vite vissute in parallelo, che oggi non abbiamo ancora sperimentato, e che non conosciamo. Il ripristino dell’individuo contemporaneamente in corpi biologici o meccanici multipli, darà luogo ad un modo di vivere del tutto nuovo, e ad una nuova percezione del ruolo dell’identità. Alcuni scrittori di fantascienza hanno cercato di analizzarli nelle loro conseguenze. Uno stimolo, sicuramente, molto particolare, ma che mi coinvolge.

CRISTINA: Un meta-sé che si identifica in tanti sé? O in Tutto?

DAVID: Per vite parallele intendo la possibilità di ampliare l’orizzonte delle esperienze fisiche che poi si possono sintetizzare in una nuova definizione dell’io. Che potrebbe decidere quali esperienze tenere e quali scartare, ottenendo una nuova identità. Così come oggi esploriamo le frontiere dell’autocoscienza per capire come mai pensiamo o siamo consapevoli di essere, in futuro ci potrebbe essere un nuovo fenomeno di coscienza. Evito di essere chiuso nella trappola di definizioni e parole, perché possono influenzare i significati.

CRISTINA: Facebook ha annunciato di aver cambiato gli algoritmi per rendere più rilevanti le comunicazioni tra amici e familiari. Tu questo come lo interpreti?

DAVID: E’ importante che, contrariamente a quello che succedeva prima, Facebook abbia illustrato le ragioni del cambiamento e i principi sottostanti il nuovo ordinamento, la nuova visualizzazione delle notizie. L’ecosistema delle notizie evolve e raggiunge nuovi equilibri, e le diverse parti hanno interesse ad adattarsi. La trasparenza e la accountability dei nostri algoritmi, nonché la loro ispezionabilità e interoperabilità, sono essenziali. Quando un sistema non è conforme a questi principi la nostra dipendenza nei loro confronti è pericolosa. Quando Uber, per esempio, dice a un autista: “Non puoi più guidare” è difficile che quell’autista riceva un’analisi e una giustificazione approfondita, a meno che non ci sia qualcosa di eclatante. Eppure l’algoritmo di Uber gestisce la vita e la capacità di guadagno di sempre più persone. In Europa e in Italia vige il principio che la responsabilità di dare le spiegazioni è dell’uomo, quindi se tu vai in banca e chiedi un mutuo o un prestito e questo ti viene negato dal consulente ma l’analisi della tua domanda è al 90% fatta da un computer.

CRISTINA: E l’Unione Europea esisterà ancora tra dieci anni?

DAVID: Si.

CRISTINA: Grazie. Vorrei salutarti leggendoti un passaggio da un articolo di Thomas Friedman che mi sembra un’ode a tutto quello che stai facendo. S’intitola: “You break it you own it”.

“The pace of change in technology, globalization, and climate have started to outrun the ability of our political systems to build the social, educational, community, workplace and political innovations needed for some systems to keep up. We have globalised trade and manufacturing, we have introduced robots and artificial intelligence systems, far faster than we have designed the social safety nets, trade surge protectors and educational advancement. Options will allow people caught in this transition to have the time, space and tools to thrive. It’s left a lot of people dizzy and dislocated.”