Intervista a Giacomo Rizzolatti

By luglio 24, 2018features

Giacomo Rizzolatti è una star della scienza. La sua scoperta dei neuroni specchio, che ha posto le basi fisiologiche dell’empatia, appassiona da anni ricercatori e professionisti di ogni campo, psicologi e sociologi, manager ed economisti.

Il primo maggio a Copenaghen la principessa Mary di Danimarca gli consegnerà il Brain Prize, un premio nato solo nel 2011 ma già molto autorevole. Quest’anno è stato assegnato a scienziati che si sono distinti nella ricerca sui meccanismi superiori del cervello, responsabili di funzioni complesse quali le capacità linguistiche, cognitive e di calcolo e per l’impegno nello studio dei disturbi cognitivi e comportamentali.

Insieme a Rizzolatti saranno premiati il francese Stanislas Dehaene, inventore tra l’altro di un software per il trattamento dei bambini con difficoltà di apprendimento della matematica, e l’inglese Trevor Robbins, che ha dimostrato l’esistenza di circuiti del cervello che possono causare la dipendenza da farmaci e la sindrome di deficit di attenzione.

L’intervista, estratta dal libro A Passo Leggero.

CRISTINA: Professore, cosa significa per lei questo premio?

RIZZOLATTI: Sono contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante tutte le difficoltà rimane di alto valore. Devo anche dire che i danesi sono stati bravissimi nel creare in poco tempo una grande risonanza al premio. Inoltre, personalmente mi ha fatto molto piacere riceverlo da un Comitato di cui presidente è Colin Blakemore, professore a Oxford per molti anni e con il quale siamo stati un po’ competitori nel passato. Bello, no? aver valutato e superato questa piccola rivalità nel nome di valori più alti. E poi la cifra è ingente.

C: Un milione di euro è un premio anche più ricco del Nobel, che ultimamente è stato ridotto.

R: Il Brain Prize è stato istituito da una ditta farmaceutica, la Lundbeck, con molti mezzi a disposizione.

C: Che ditta è questa Lundbeck?

R: E’ una ditta farmaceutica specializzata in farmaci che curano malattie del sistema nervoso. Sono specializzati in psicofarmaci di vario tipo: per l’epilessia, per la depressione, eccetera, anche per questo si interessano di neuroscienze .La proprietaria, Grete Lundbeck, qualche anno fa ha avuto l’idea molto intelligente di trasformarla in una fondazione. Parte del capitale è in borsa, e parte dipende dalla fondazione. Proprio ieri guardando su internet ho visto che l’azienda è in crescita, ci lavorano più di 6000 persone, hanno appena aperto una fabbrica in Cina.

C: Come pensa di destinare la somma?

R: Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra molto giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca per il Dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata talmente insopportabile che l’unica soluzione per lavorare bene è avere fondi al di fuori della amministrazione universitaria.

C: Pensi che nel nostro dipartimento c’e un canadese che voleva giorni fa comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, circa trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire una trafila stabilita da una “spending review”. Attesa: un paio di settimane. O paghiamo sempre di tasca nostra o smettiamo di lavorare; mica si può aspettare una vita per trenta euro!

R: Non le dico poi se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente a fare il lavoro, dopodiché, ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, poi si aspettano 20 giorni perché il bando diventi pubblico, poi si fa il concorso che, concluso, va a finire alla Corte dei conti per l’approvazione. Ovviamente questa né approva né boccia, tutto funziona col silenzio-assenso. Insomma, se voglio un’analisi statistica devo aspettare circa tre mesi, mentre in Germania ce l’hai in un giorno. Spero che nel futuro tutti i fondi europei verranno amministrati senza questo terribile fardello burocratico. Ci trattano esattamente come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è anche logico che, se devi comprare qualcosa, passi per enti che ti obbligano a contenere i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

C: Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

R: Certo, ma l’Amministrazione Universitaria non si fida. È tutto basato sulla diffidenza, mentre nei paesi anglosassoni ci si basa sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito .Negli ultimi anni tra la spending review e la legge Gelmini è praticamente diventato impossibile lavorare. Comunque una parte, non so se metà o un terzo, la metterò in un fondo che servirà anche per queste piccole cose.

C: Come lo chiamerà? The Giacomo Rizzolatti Foundation?

R: (ride) Oddio, detto così suona un po’ “grand”, diciamo Foundation for Parma Neurosciences. Naturalmente si occuperà di neuroscienze cognitive, il mio ramo, che avendo meno ricadute mediche ha più difficoltà ad accedere a fondi privati per la ricerca, rispetto a quello cellulare o molecolare, più vicino all’industria. Il Brain Prize di quest’anno è stato assegnato alle neuroscienze cognitive, un campo che è abbastanza trascurato dal Premio Nobel. Non per cattiveria o per partigianeria, beninteso, ma perché l’Accademia svedese è formata prevalentemente da esperti in fisiologia cellulare, immunologi, eccetera, che quindi capiscono meglio l’importanza di una ricerca nel loro campo più che nelle neuroscienze cognitive.

C: Quale dei vari progetti in corso nel suo dipartimento la entusiasmano di più?

R: Come possibilità futura mi interessa la ricerca che facciamo con l’ospedale Niguarda a Milano: registrare l’attività di singoli neuroni nell’uomo . È una tecnica di avanguardia che stiamo mettendo a punto. Il Centro per l’Epilessia del Niguarda è uno dei migliori e più operativi in Europa. Praticamente studiano un malato a settimana: impiantano degli elettrodi nella testa del malato, dopodiché non possono operare subito, devono passare quattro o cinque giorni per studiare il cervello e capire dov’è il focolaio epilettico. Durante questo periodo il malato rimane a letto, è cosciente, si annoia pure, quindi è dispostissimo a collaborare con uno sperimentatore per altri test, e siccome gli elettrodi sono già collocati, noi possiamo capire quali aree si attivano, direttamente e non indirettamente come si fa con la risonanza magnetica. Poi ci sono le ricerche presso il nostro istituto sull’autismo. Sono meravigliato dalla gratitudine che trovo tra i genitori quando gli racconto che i loro figli non hanno un disturbo psichiatrico, ma un difetto di sviluppo neurologico che un giorno riusciremo a mettere a posto. Sono stato recentemente in Cile, dove ho fatto più fotografie dopo una conferenza sull’autismo assieme a genitori di bambini autistici che nel resto della mia vita. Mi sembrava di essere una pop-star.

C: Mi sembra di capire che il premio la impegnerà un po’…

R: Effettivamente sarà così. In questi giorni ci sarà un convegno scientifico a Copenhagen, poi la cerimonia con la principessa e infine un evento all’ambasciata italiana. Poi il lavoro continua. La Fondazione sta creando un’accademia dei premiati affiancati ad alcuni scienziati danesi, quindi è un istituto che crescerà nel tempo. Mi hanno già chiesto di tornare a ottobre con altri scienziati che inviteranno per formare il nucleo dell’Academy.

 

C: Uno dei motivi ispiratori del Brain Prize è di stimolare la ricerca in Danimarca.

R: Forse vogliono migliorare certi campi come le Neuroscienze, ma capisce, la Danimarca non è la Grecia o il Portogallo, stanzia già molto per la ricerca e per l’educazione.

C: Dal nord Europa che cosa importerebbe per la sua Facoltà di Parma?

R: Ah, me ne vengono in mente tante, ma quello che importerei è la fiducia. Mentre mi trovavo in un’università americana, ho ricevuto una parcella in cui mi addebitavano varie chiamate in Florida. Ho telefonato per dire che non avevo mai chiamato la Florida – e loro mi hanno risposto: le crediamo! e non mi hanno fatto pagare niente. Probabilmente, se fosse successo di nuovo, mi avrebbero tolto il telefono o fatto controlli più approfonditi. Da noi nessuno si fida della parola di un utente. Sì, se fosse possibile importare la fiducia, sarebbe bellissimo. Ce n’è molto bisogno in Italia.

C: Si dovrebbe inocularla nel cervello…

R: Giusto! Inoculare che non siamo delinquenti nati, siamo brave persone se ci lasciano lavorare in pace. Altrimenti siamo costretti a inventare ogni tipo di gabole per superare gli ostacoli burocratici.

C: A proposito di migliorie al sistema, lei nel 2008, in occasione delle riforma Gelmini, avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca…

R: Suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni c’è una commissione che ti esamina. Quindi puoi restare anche fino a 90 anni, se sei capace, ma se non sei capace vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Quando la avanzai sei anni fa, ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso che è diventato anziano ci vuole controllare. Io invece speravo che i giovani fossero contenti perché se tu mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente, hai più posti per i giovani. Invece i giovani dicono: ma dopo toccherà a me essere mandato via, se non sono bravo. Il merito è un concetto che per l’università è fondamentale, forse per il catasto no; non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì. È il sistema adottato al RIKEN, un centro di ricerca giapponese parallelo all’università, simile al nostro CNR, di altissimo livello. Al RIKEN, dove lavorano anche molti stranieri, non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: guardi, la sua produzione scientifica purtroppo non è considerata buona, le diamo due anni di tempo per trovarsi un altro posto. Non è che ti dicono che domani sarai a piedi, ti danno tempo. Anche nell’industria fanno così, no?

C: Dei veri samurai! Tornando al premio, non vorrei essere troppo indiscreta, ma la parte che terrà per sé come la spenderà?

R: Pensavo di destinare qualcosa ai miei figli, anche se sono già abbastanza sistemati non gli dispiacerà avere dei fondi, magari per realizzare un sogno, quindi un regalo lo farò anche a loro. E il resto starà lì, per ogni evenienza.

C: E un regalo a se stesso non lo fa?

R: Pensavo di invitare a cena i miei collaboratori, fare una festa, ma a me non serve niente. Mi hanno detto: perché non ti compri una nuova macchina? Ma ce l’ho già, anche abbastanza nuova. Sono contento di quello che ho.

C: Che macchina ha?

R: Una BMW, quindi non proprio una piccolina.

C: E i suoi nipoti come hanno reagito all’assegnazione di questo premio?

R: Di solito non si emozionano troppo, ma stavolta sono stati contenti. Di regola i premiati possono portare solo il compagno o la compagna, invece stavolta la Fondazione ha invitato anche i parenti, allora porto anche i miei nipotini.