Marva Griffin – SaloneSatellite Award 2017

By gennaio 3, 2019features

In occasione dei 20 anni del SaloneSatellite, condivido con grande piacere la storia della sua ideatrice e curatrice Marva Griffinche ho raccolto per The Good Life Italia. E ringrazio Marva per avermi voluta nella giuria del SaloneSatellite Award 2017. Presieduta con la sua consueta visione e tenacia da Paola Antonelli, insieme al critico Marcelo Lima, gli imprenditori Alessandro Sarfatti, Franco Caimi, Giuseppe Pedrali e Nick Vinson di Wallpaper, abbiamo valutato i 108 progetti candidati, ci siamo confrontati e abbiamo votato i 4 vincitori. Il taiwanese Pistacchi design per Comma Stool, una seduta pubblica in pietra e resina, una forma organica e accogliente per una breve sosta. Il cinese Edmond Wong con X Bench, una panca che si trasforma in attrezzo fitness, lineare e utile in una casa piccola. La russa Tanya Repina con Ëo, un pannello fonoassorbente e aromatico in aghi d’abete, materiale interessante e di riciclo. Il premio Intesa Sanpaolo è andato al belga Laurent Verly per O-Line, una lampada sinuosa che prende diverse forme. Verly trasforma un materiale solitamente usato in edilizia in un arredo.

L’INTERVISTA A MARVA GRIFFIN SU THE GOOD LIFE ITALIA

“Milano è il posto che fa per te.” Marva Griffin ha da poco finito gli studi all’Università per stranieri di Perugia e si appresta a cercare lavoro. Poco più che ventenne, venezuelana, madre del piccolo Gustavo, sa che vuole restare in Italia, ha una passione per il design, è attratta dalla bellezza del nostro paese e dalla sonorità della lingua. Secondo l’amica, le occasioni giuste per lei sono nella metropoli lombarda. Incontro la creatrice e curatrice del SaloneSatellite, il padiglione del Salone Internazionale del Mobile di Milano dedicato ai giovani, nel suo piccolo ufficio in Foro Bonaparte. Circondata da pile ordinate di libri carte e riviste, sa subito dove mettere le mani per mostrarmi una foto, un articolo o una lettera. È il ventesimo anniversario della sua creatura, ma aver avviato al successo migliaia di designer non è un traguardo bensì uno stimolo a continuare la sua ricerca di talenti in erba. Ed è occasione, per noi, di percorrere le tappe di un appassionante cammino.

Marva Griffin Wilshire nasce a El Callao, Venezuela, in una grande famiglia. Il carattere solare e la forte tempra sono forgiati da un’infanzia allegra ma anche dalla precoce indipendenza, conquistata in collegio dove viene mandata ancora bambina. “Guarda che è solo qui in Italia che il collegio è considerato una punizione. Nel mio paese è normale mandarvi i figli ancora piccoli”, puntualizza con tono forte e chiaro. Lascia il suo paese nel 1968, madre del piccolo Gustavo. Destinazione, Perugia. Le chiedo se era ribelle. “Ribelle? Sgrana gli occhi, fa una pausa, poi, “No, non m’interessava quel modo di vivere”, come dire, Hippy io? Ma no. Il senso di responsabilità verso un figlio da crescere e una vita tutta da costruire non si concilia con la contestazione. Affronta la vita a testa alta, pronta a mettersi alla prova. Nel 1971 arriva a Milano, ed è ancora un’amica a segnalarle due annunci classificati sul Corriere della Sera. Uno è di Cathay Pacific che sta aprendo il mercato italiano, l’altro è di C&B, il già celebre mobilificio di Cantù. Risponde a entrambi, dal primo ha subito un’offerta, ma la seconda posizione, come assistente della Direzione per viaggi e comunicazione, le interessa di più. Conosce la reputazione dell’azienda ma non capisce perché, dopo il primo colloquio, le chiedono di tornare altre tre volte. Si sente avvilita da domande che ritiene inopportune. Così, quando la cercano presso l’amica di cui aveva lasciato il recapito (quanto era tutto più complicato prima della telefonia mobile!), questa risponde: “Marva non c’è ma le dico già che è molto seccata e non vuole venire da voi.” “Dica alla Griffin che è stata selezionata tra più di 100 candidati!”, esclama il chiamante. Spavalderie di altri tempi. “Avevano fatto di tutto per mettermi in crisi”, ricorda Marva, “cercavano di spiazzarmi con domande tranello per vedere come reagivo. Tante donne si erano candidate, attratte dall’idea di viaggiare. Poi non avevo capito quanto la C&B fosse conosciuta nel mondo”, racconta con candore. “Tobia Scarpa aveva appena fatto Coronado, il divano di cui parlavano tutti.”

A Cantù, il primo giorno di lavoro, l’accoglie il direttore del personale scusandosi: “Sa, avrà a che fare con personaggi molto particolari.” E la accompagna in un salottino. Quando entra l’uomo barbuto, vestito di bianco, lei non sa che è Piero Busnelli. Che si presenta e la porta subito nel suo ufficio. “La sua scrivania è qui”, e indica il tavolo davanti al suo. Un attimo dopo entra Cesare Cassina, e dice: “mi siedo volentieri vicino a questa bella tusa”. Alla fine del primo giorno Griffin ha colto lo spessore dei due grandi maestri. “Non mi poteva succedere di meglio”, commenta orgogliosa. “Sono gratissima. Ho girato il mondo con loro, aprendo nuovi mercati, dal Giappone all’America.” I ricordi scorrono veloci, e dalle note di colore si profila il carattere di un imprenditore che ha fatto la storia del design italiano: “ ‘Vedi tutti questi dutùr’, mi diceva Busnelli indicando i suoi dirigenti laureati, ‘l’università la fanno qui da me!’ ” Alla C&B, diventata poi B&B, Griffin ha modo di conoscere ogni passaggio del processo produttivo, scopre i nuovi materiali, dalle schiume al poliuterano, ed è testimone di una dinamica interazione tra la proprietà, gli operai, gli artigiani e i designer. Nel 1974 è chiamata da Maison et Jardin della Condé Nast, ancora una volta, grazie ad un amico che la segnala come ‘la più competente’ per sviluppare il giornale. “Andrai mica alla concorrenza!” esclama Busnelli quando Griffin presenta le dimissioni. Rassicurato, l’imprenditore brianzolo trova per lei un’altra collocazione, e le affida la comunicazione esterna del gruppo. Il piccolo Gustavo è in collegio a Cantù, così Marva può viaggiare e non perde una presentazione. Conosce tutti, da Zanotta a Gavina, che produce il Bauhaus, e i grandi architetti, quali Herman Miller e Philip Johnson, tutti attratti da questi “fenomeni”. Connette le sue conoscenze, porta pubblicità alla rivista e fa aprire le porte a centinaia di case. Grazie al suo impareggiabile savoir faire, varca molte soglie e conquista tutti con la sua naturale capacità di tessere relazioni. Gli amici sono contenti di darle una mano quando Marva non può raggiungere il figlio per i fine settimana, ed è così che Gustavo passa il tempo libero in famiglia, se non la sua, quella delle persone più vicine.

Griffin ha un’energia inesauribile che rigenera con la sua autentica passione. Non perde un colpo. Il mercato è in forte espansione e con naturalezza entra nel giro del Salone Internazionale del Mobile. Il mercato è in forte espansione. Organizza mostre, eventi e incontra giovani ambiziosi designer che le chiedono di aiutarli a farsi conoscere. Cosa che non manca di far sapere all’AD di Cosmit Manlio Armellini. Il Fuorisalone sta crescendo ma per chiudere il cerchio e mettere i creativi in contatto con l’industria, occorre portarli in fiera. Nel 1998 Armellini coglie il potenziale dell’intuizione di Marva e le affida un padiglione. Lei ha già adocchiato talenti promettenti a Milano, New York, Londra e Monaco e li invita a passare parola. La notizia fa il giro del mondo. Al primo SaloneSatellite arrivano designer e architetti insieme a scuole e università, da tante nazioni. E’ subito successo. I giornalisti accorrono per vedere le ultime novità, i produttori incontrano i creativi e i creativi incontrano i produttori. I 101 espositori della prima edizione si moltiplicano esponenzialmente e nel 2001 Griffin nomina una giuria per assisterla nel processo di selezione. L’energia è elettrizzante e la sua formula consente a chi si affaccia sul mercato di incontrare designer e architetti affermati, artigiani e produttori, di conoscere realtà di altri paesi e cogliere nuove tendenze. In vent’anni hanno esposto al suo Satellite più di 10.000 designere 270 scuole e dal 2010 il SaloneSatellite Award premia i giovani più convincenti. E’ un modello di business vincente imitato in molti paesi. Marva consolida l’appuntamento milanese e tiene d’occhio i paesi emergenti. Quali la Russia. Nel 2005 parte alla conquista di Mosca, avamposto strategico per mettere l’occhio su talenti extraeuropei, e dallo scorso novembre è anche in Cina. Avremo modo di conoscere i vincitori di Satellite Shangai perché li premia invitandoli a esporre nuovi progetti a Milano. Altra contaminazione. Altre opportunità in orbita. “Molti dei miei ragazzi restano in contatto”, racconta Griffin, “ma mi capita anche di aprire un giornale e scoprire che un mio giovane è arrivato al successo”. Impossibile strapparle i nomi di cui è più fiera. “Sono tanti! Non li posso elencare tutti.” Celebri sono diventati i francesi Matali Crasset e Patrick Jouin, i finlandesi Harri Koskinen e Ilkka Suppanen, i giapponesi Tomoko Azumi e Nendo, gli americani Sean Yoo e Cory Grosser, le svedesi Front e Johan Lindstén, il belga Xavier Lust, il norvegese Daniel Rybakken, l’indiano Satyendra Pakhalé, l’argentino Federico Churba e gli italiani Lorenzo Damiani, Tommaso Nani, Cristina Celestino e Francesca Lanzavecchia. Ma sono solo alcuni. Loro e tanti altri saranno celebrati in occasione del prossimo Salone (4-9 aprile 2017) in due eventi: la mostra curata da Beppe Finessi alla Fabbrica del Vapore, dove il critico esporrà una selezione di testimonianze e lavori di designer passati per il Satellite, e una collezione curata da Marva di oggetti nuovi, nati dalla sinergia dei suoi giovani con i grandi del Salone del Mobile. Non un’operazione nostalgia, quindi, bensì una testimonianza di quanta creatività i suoi pupilli hanno ancora da esprimere e di quanto lei ha ancora da dare. Possiamo essere certi che la Marva collection viaggerà per il mondo e continuerà a crescere.